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Discussione viaggio Giappone

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Ivano Taldo - 3 giugno 1998

Cari Soci/Gentilissime Socie

È con grande dispiacere che ho notato, negli ultimi tempi, un certo scadere nei toni di talune polemiche.

Non intendo certo entrare nel merito delle questioni, ma bensì proporre alla Vostra illustrissimissima attenzione, un brano che può essere spunto di riflessione e di stimolo a che, la discussione, ritrovi quella tanto auspicabile serenità e costruttività che, peraltro, mai avrebbe dovuto perdere.

Quanto segue è un estratto dal romanzo <<Il ponte sulla Drina>> , una delle opere più significative della letteratura moderna premiata con Premio Nobel nel 1961 (dato quando ancora non lo davano a cani e porci),opera del bosniaco Ivo Andric.

Taldo Ivano


Tutti si fermarono su un rialzo inclinato del terreno tra il ponte e la casupola nella quale si trovava il condannato.

Abigala andò ancora una volta al tugurio dove gli venne annunziato che tutto era pronto : lì c’era il palo di quercia, lungo circa quattro arsin, appuntito a dovere, coperto in cima di ferro battuto, con una punta sottile e aguzza e tutto spalmato ben bene di sego ; sull’impalcatura erano state inchiodate le travi tra le quali sarebbe stato fissato ed incastrato il palo, la mazza di legno che sarebbe servita a conficcare l’asta, le corde e tutto il resto.

Il plevljese era confuso, aveva il volto terreo e gli occhi arrossati. Neppure adesso poteva sostenere lo sguardo di fuoco di Abigala.

<<Senti, tu, se non sarà tutto come dev’essere e se mi renderai ridicolo al cospetto della gente, non comparitemi davanti agli occhi nè tu è quello sterco di zingaro; vi affogherei nella Drina come cuccioli ciechi.>>

Poi, volgendosi verso lo zingaro spaventato, aggiunse in tono più mite:

<<Avrai sei grossi per il lavoro, e altri sei se vivrà fino a tramonto. E ora pensaci tu.>>

Dalla moschea principale, presso il mercato, s’udì l’acuta e chiara voce dell’imano. Ci fù dell’animazione in mezzo alla gente ammassata, e poco dopo s’apri’ la porta del tugurio. Dieci soldati si disposero su due file, cinque da ogni lato . In mezzo a loro c’era Radisav, scalzo e a capo scoperto ; lesto e curvo come sempre, ma non allargava le gambe camminando; invece procedeva a piccoli passi in modo strano, quasi saltando sui piedi mutilati che, al posto delle unghie, avevano dei buchi sanguinolenti; sulla spalla portava un lungo palo bianco appuntito.

Seguivano Merdzan con altri due zingari che lo avrebbero aiutato nell’esecuzione della sentenza. tutt’a un tratto apparve il plejevese, sul suo cavallo baio, e si mise in testa al corteo che doveva percorrere in tutto un centinaio di passi fino alle prime impalcature.

Gli astanti sporgevano le teste e si sollevavano sulle punte dei piedi per vedere l’uomo che aveva ordito la congiura e la resistenza e aveva demolito alcuni pezzi del ponte.

Tutti restarono sorpresi dall’aspetto misero ed insignificante di quell’uomo che avevano immaginato del tutto diverso. Naturalmente nessuno di loro sapeva perché saltellasse in modo cosi’ buffo e perché traballasse da un piede all’altro, e nessuno scorse bene le ustioni provocate dalla catene che gli erano spuntate intorno al petto come grosse albicocche, sulle quali gli avevano passate una camicia ed una specie di veste. Per questo sembrò a tutti troppo miserabile e incapace di fare quello per cui ora lo conducevano al patibolo. Soltanto il lungo palo bianco conferiva all’insieme una certa grandezza e attirava su di se tutti gli sguardi.

Arrivati al luogo in cui incominciavano i lavori sul terreno lungo la sponda il plejevese smontò e, con gesto solenne e pomposo consegnò le briglie a un servitore, poi scomparve insieme con gli altri per l’erta strada fangosa diretta verso l’acqua. Poco dopo la gente poté vederli apparire nel medesimo ordine sulle impalcature, e salire lentamente e con cautela. Sugli stretti passaggi di travi e assi i soldati circondavano completamente e stringevano in mezzo a loro Radislav, per evitare che si buttasse nel fiume.

Così avanzarono a stento e salirono sempre più su, finché non raggiunsero l’estremità della costruzione. Quì, sopra l’acqua, c’era uno spazio pavimentato, ampio come una stanza di media grandezza. In questo spazio, come su una scena elevata, resero posto Radisav, il plejvese ed i tre zingari, mentre gli altri soldati rimasero sparsi nelle impalcature circostanti.

Quelli che erano sul pianoro si spostarono e cambiarono posizione. Un centinaio di passi li divideva da quelli tavole, così che potevano vedere ogni uomo e ogni movimento, ma non potevano sentire le voci e non distinguere i particolari. Coloro che stavano sulla riva sinistra, popolino ed operai, distavano dalla scena tre volte tanto, e si agitavano e si tendevano ancor di più, per poter meglio sentire e vedere ma non c’era verso di udire niente, e ciò che si scorse sembrò, dapprima, troppo monotono e privo di interesse, e, alla fine, divenne invece così spaventoso che tutti volsero la testa e moli se ne andarono in fretta a casa, pentendosi di essere venuti.

Quando ordinarono a Radisav di stendersi egli esitò un momento, , poi, senza guardare gli zingari e i soldati come se non ci fossero stati, si avvicinò al plevljese, con aria quasi confidenziale, quasi fosse stato un pari suo, e gli disse con voce bassa e cupa:

<<Ascolta, per questo e per l’altro mondo , abbi pietà e trafiggimi ché non debba soffrire come un cane.>>

Il plevljese sussultò e gridò contro di lui come difendendosi da quel modo di parlare troppo confidenziale:

<<Via, Vlah ! Sei forse tanto prode da rovinare l’impero e poi vieni qui ad implorare in nome di Dio come una donnicciola? Avrai quel che è stato stabilito e che ti sei meritato.>>

Radisav curvò ancor più la testa, e gli zingari gli si avvicinarono e cominciarono a togliergli la veste e la camicia.

Sul petto apparvero le ferite delle catene, che avevano formate vesciche e s’erano arrossate Senza dire nient’altro si distese come gli era stato ordinato, col viso rivolto in giù. Gli zingari gli furono sopra e gli legarono anzitutto la mani dietro la schiena, poi assicurarono una corda ad ogni piede, all’altezza del malleolo.

Infine tirarono ciascuno dal suo lato e gli divaricarono ampliamente le gambe. Intanto Merdzan aveva deposto il palo su due corti pezzi di legno di forma cilindrica, in modo che la sua cima giungesse in mezzo alle gambe del condannato. Poi estrasse dalla cintola un corto e largo coltello, si inginocchiò accanto all’uomo sdraiato e si curvò su di lui per tagliargli il panno dei calzoni in mezzo alle cosce e per allargare l’apertura attraverso la quale il palo sarebbe penetrato attraverso il suo corpo. Questa parte del lavoro del boia, la più orrenda di tutte, rimase per fortuna invisibile agli spettatori. Si vide soltanto che il corpo legato sussultava alla breve e impercettibile coltellata, si alzava fino all’altezza della cintola come stesse per sollevarsi, ma poi cadeva con un colpo sordo sulle tavole Quando ebbe finto quell’operazione, lo zingaro balzò indietro, prese da terra la mazza di legno e incominciò a battere con essa sulla parte inferiore del palo, che era ottusa, con colpi leggeri e moderati tra un colpo e l’altro si fermava un pò e guardava dapprima il corpo nel quale conficcava il palo, e poi i due zingari, esortandoli a tirare lentamente ed in modo uniforme. Il corpo del contadino dalle gambe divaricate si contraeva da solo ; ad ogni mazzata la spina dorsale gli si inarcava e si curvava, ma le corde lo tiravano e lo raddrizzavano.

Su entrambe le sponde il silenzio era tanto grande che si distingueva nettamente ogni colpo e l’eco che rimbalzava da qualche punto della riva scoscesa. I più vicini poteva sentire come l’uomo battesse la fronte contro la tavola, e inoltre un secondo suono inconsueto; ma non era né un gemito né un grido né un rantolo e neppure una qualche voce umana, era tutto quel corpo disteso e tormentato che diffondevo dall’interno come uno stridore ed un ghigno, simili al rumore dello steccato che viene compresso o del legno che si spacca. Ogni due colpi lo zingaro andava fino al corpo sdraiato, vi si portava sopra, esaminava se il palo procedeva nella direzione giusta e, dopo essersi assicurato che non era stato vulnerato nessuno degli organi più vitali, tornava indietro e continuava il suo lavoro.

Tutto questo si vedeva male e si sentiva ancor peggio dalla riva, eppure a tutti tremavano le gambe, impallidivano i volti e si congelavano le mani.

A un certi momento i battiti cessarono. Merdzan aveva visto che, in cima alla scapola destra, i muscoli si erano tesi e la pelle si era sollevata. S’avvicinò e tagliò celermente quella protuberanza con due incisioni a forma di croce. Sgorgò fuori del sangue biancastro, dapprima lentamente poi sempre più forte . Ancora due o tre colpi leggeri e cauti, e infine dal punto inciso, cominciò a venir fuori l’estremità del palo, ricoperta di ferro battuto. Batté ancora per un po’, finché la punta non raggiunse l’altezza dell’orecchio destro. L’uomo era stato infilzato al palo come un agnello allo spiedo, solo che la punta non gli usciva dalla bocca ma dalla schiena, e non era stato leso in modo grave né all’intestino, né al cuore, né ai polmoni. Contemplò quel corpo immobile, osservando il sangue che sgorgava dai punti nei quali il palo era entrato ed uscito e si raccoglieva in piccole pozze sulle travi.

I due zingari rivoltarono sul dorso il corpo irrigidito e cominciarono a legargli i piedi in fondo al palo. Intanto Merdzan guardava se l’uomo era ancora vivo ed esaminava attentamente quel volto che era divenuta tutt’a un tratto gonfio, più largo e più grosso. Gli occhi erano spalancati e irrequieti, ma le palpebre stavano immobili, la bocca era aperta e le labbra erano irrigidite in una smorfia convulsa; sotto di esse biancheggiavano i denti serrati.

L’uomo non riusciva più a dominare i singoli muscoli facciali ; per questo il suo volto rassomigliava ad una maschera. Ma il cuore batteva debolmente ed i polmoni lavoravano con un respiro breve e accelerato. I due zingari presero a sollevarlo come una bestia allo spiedo. Merdzan urlò loro di fare attenzione, in modo da non scuotere il corpo ; ed egli stesso venne ad aiutarli. Fissarono tra le due travi la parte inferiore, più grossa del palo, e fermarono il tutto con grossi chiodi, poi indietro alla stessa altezza, puntellarono con una corta stecca che venne anch’essa inchiodata sia al palo che a una trave dell’impalcatura.

Quando anche questo fu fatto, gli zingari si allontanarono furtivi e raggiunsero i soldati, mentre sullo spazio vuoto restò solo, a un’altezza di due arsin, ritto, impettito e nudo fino alla cintola, l’uomo sul palo. Di lontano si aveva soltanto la sensazione ce il suo corpo fosse attraversato dal palo al quale erano legate per i malleoli le gambe, mentre le mani erano legate dietro la schiena. Per questo alla gente sembrava come una statua sospesa per aria proprio all’estremità dell’impalcatura, in alto sopra il fiume.


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Ultimo aggiornamento/Last update: Tue Dec 29 17:39:18 MET 1998
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